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Data aggiornamento: 2010/09/07
Domanda concisa
Cos’è l’i'tikaf (ritiro spirituale)?
Domanda
Cos’è l’i'tikaf (ritiro spirituale)?
Risposta concisa

Il significato terminologico della parola araba i'tikaf è: risiedere, rimanere in un luogo e attenersi a determinate prescrizioni; però nella religione islamica significa risiedere in un luogo sacro con l’intenzione di avvicinarsi a Dio l’Altissimo. L’i'tikaf non è una specificità della religione islamica, al contrario era presente anche nelle altre religioni divine e si è poi esteso all’Islam, anche se è possibile che in questa sacra religione alcuni particolari, regole e condizioni siano cambiati. L’i'tikaf, dal punto di vista temporale, non è limitato a un determinato periodo, ma dato che è necessario digiunare, bisogna praticare l’i'tikaf quando una persona può digiunare dal punto di vista shariatico. Se il digiuno è corretto, lo sarà pure l’i'tikaf, anche se il periodo migliore sono gli ultimi dieci giorni del mese di Ramadan e i tre giorni mediani, ovvero il tredicesimo e i due seguenti, del mese di Rajab. L’i'tikaf dal punto di vista del luogo non presenta limiti particolari, anche se l’opinione più diffusa è che l’i'tikaf sia permesso solamente in una delle quattro moschee (la moschea della Mecca, quella del Profeta (S) a Medina, quella di Kufa e quella di Bassora). Tuttavia alcuni giurisperiti considerano permissibile praticare l’i'tikaf anche nella moschea principale di ogni città e quartiere.

Risposta dettagliata

Il significato terminologico della parola araba i'tikaf è: risiedere, rimanere in un luogo e attenersi a determinate prescrizioni; però nella religione islamica significa risiedere in un luogo sacro con l’intenzione di avvicinarsi a Dio l’Altissimo.

L’i'tikaf è un’ottima opportunità affinché l’essere umano che si è perso nelle difficoltà della vita mondana, ritrovi se stesso e rinunci ai piaceri materiali per giovare dei valori spirituali e mettersi al servizio di Dio, implorandolo di tenerlo sulla retta via onde possa collegarsi all’immenso oceano dell’intimità e dell’amore di Dio, che non è altro che perdono e grazia.

La storia dell’i'tikaf

L’i'tikaf non è una specificità appartenente solo all’Islam, bensì era presente anche nelle altre religioni divine e si è poi esteso all’Islam; anche se è possibile che in questa religione sacra alcune particolarità, regole e condizioni siano state modificate.

Questa tradizione islamica si è diffusa tra i musulmani sin dall’epoca in cui fu loro trasmessa dal Profeta dell’Islam (S). Tuttora la liturgia dell’i'tikaf alla fine di ogni mese di Ramadan, in molti paesi islamici come l’Arabia Saudita (alla Mecca), viene organizzata con grande magnificenza. Tutti gli anni una folla immensa di musulmani, di cui gran parte sono giovani, da tutto il mondo si dirige verso la moschea della Mecca e si ritira spiritualmente accanto alla Casa di Dio; inoltre molti di questi pellegrini per ottenere la grazia dell’i'tikaf alla fine del mese di Ramadan, scelgono questo periodo per compiere un pellegrinaggio meritorio alla Ka’ba.

Una simile liturgia viene organizzata altresì nella moschea del Profeta (S) a Medina, accanto al suo mausoleo. Anche la moschea di Kufa, in Iraq, per molti anni è stato un luogo adibito all’i'tikaf alla fine di ogni mese di Ramadan. Molti sciiti e fautori della scuola della Gente della Casa (A) si ritiravano spiritualmente in questa sacra moschea e molti dei grandi sapienti sciiti si univano alla gente in questa liturgia.

Il valore spirituale dell’i'tikaf

Il distacco dalla mondanità e le sue questioni, la concomitanza con la moschea, la stabilità nel ricordo di Dio e nella devozione a Lui, anche da soli e senza l’i'tikaf rivestono un grande valore e importanza; al riguardo si possono trovare molti versetti e hadìth. Tuttavia l’importanza dell’i'tikaf, nel Corano e negli hadìth, è stata ribadita in modo particolare.

Il tempo dell’i'tikaf

L’i'tikaf dal punto di vista temporale non è limitato a un periodo specifico. Dato però che una sua necessità è il digiuno, bisogna compierlo quando una persona può digiunare dal punto di vista shariatico. Quindi se il digiuno è corretto, lo sarà anche l’i'tikaf; tuttavia il miglior tempo per l’i'tikaf sono gli ultimi dieci giorni del mese di Ramadan, e i tre giorni mediani del mese di Rajab, ovvero il tredicesimo e i due giorni successivi (chiamati ayyam al-bidh, i “giorni del chiarore”). L’i'tikaf durante gli ultimi giorni di Ramadan non è estraneo alla preparazione dell’essere umano per comprendere la notte di Qadr e giovare di questa notte preziosa. In Iran, a tuttoggi, l’i'tikaf durante i tre giorni di Rajab, è più diffuso di quello del mese di Ramadan; questi tre giorni sono importanti per alcuni motivi:

Primo, il mese di Rajab è sacro[1] e dagli hadìth si può comprendere che l’i'tikaf durante i mesi sacri gode di maggiori grazie rispetto agli altri mesi.

Secondo, il digiuno nel mese di Rajab possiede delle grazie particolari, poiché è un mese importante e perfino la gente del periodo oscuro dell’Arabia Saudita rispettava questo mese haram, e l’Islam ne ha aumentato il rispetto.[2] A quanto pare la fede nel mese di Rajab è rimasta tra la gente attraverso le altre religioni divine.

Il luogo dell’i'tikaf

L’i'tikaf dal punto di vista del luogo non presenta limiti particolari, però l’opinione più diffusa è che l’i'tikaf sia concesso solamente in una delle quattro moschee (quella della Mecca, del Profeta (S) a Medina, Kufa e Bassora). L’imam Ridha (A) disse: “Praticare l’i'tikaf una notte nella moschea del Profeta (S), accanto alla sua tomba, corrisponde a un pellegrinaggio obbligatorio e uno meritorio alla Mecca”[3]. Un gruppo di giurisperiti considera permissibile l’i'tikaf anche nella moschea principale di ogni città e quartiere.[4]

Riguardo alla moschea principale alcuni affermano che bisogna avere l’intenzione di praticare l’i'tikaf con la speranza di compiacere Iddio.[5] L’i'tikaf nelle altre moschee, come quelle dei vari quartieri, è permesso secondo pochi giurisperiti sciiti.[6] Con moschea principale (jami') di ogni città e quartiere s’intende la moschea più affollata di quel posto[7], o in altre parole la moschea che di solito è più frequentata dalla gente.[8]

Adesso ci si potrebbe chiedere, in base ai risultati costruttivi dell’i'tikaf, non sarebbe meglio permettere l’i'tikaf in ogni moschea affinché tutti possano giovare comodamente di questa adorazione?

In risposta bisogna dire: le adorazioni nell’Islam sono assolutamente prestabilite; cioè le loro condizioni e regole devono essere tratte dai testi islamici e dagli ordinamenti religiosi. Se tramite un’argomentazione attendibile si comprende che il luogo dell’i'tikaf è la moschea principale, non ci si può appropriare di queste condizioni modificandole a proprio piacimento.

Fondamentalmente alcune adorazioni, dal punto di vista del luogo, hanno dei limiti particolari, come la liturgia e gli atti del pellegrinaggio alla Mecca che devono essere praticati in luoghi precisi. Quindi non è consentito praticare gli atti del pellegrinaggio in altri luoghi all’infuori di quelli stabiliti.

Anche riguardo all’i'tikaf, se tramite un’argomentazione attendibile viene dimostrato che il suo luogo è la moschea principale, possiamo comprendere che Dio pretende che noi compiamo quest’adorazione solamente in tale luogo. Certamente dietro questa regola esistono dei profitti che il nostro intelletto non può afferrare con certezza. Forse l’Islam limitando l’i'tikaf alla moschea principale vuole controllare in qualche modo la sua misura e qualità, oltre a manifestare altri valori come l’unità, la compagnia e l’intesa[9].[10]



[1] Sono chiamati mesi haram (cioè sacri) i mesi di Muharram, Rajab, Zu al-Qa'dah e Zu al-Hajjah.

[2]Shaykh al-Saduq, Fadha'il al-ashhur al-thalathah, pag. 24, hadìth 12.

[3]Bihar al-Anwar, vol. 98, pag. 151.

[4]Seyyed Mohammad Kazem Tabatabai, Al-'urwat al-wuthqa, i'tikaf, pag. 399.

[5]Imam Khomeini, Tahrir al-Wasilah, vol. 1, pag. 305.

[6]Sheykh Mohammad Hasan Najafi, Jawahir al-Kalam, vol. 17, pag. 170.

[7]Ivi, pag. 171.

[8]Ayatollah Golpayegani, Majma' al-masa'il, vol. 1, pag. 154.

[9]Bihar al-anwar, vol. 33, pag. 542.

[10]Autore: Esmail Nassaji Zavvare, tratto dal sito www.hawzah.net.

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